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Perché "Shiva Baby" è l'esordio di cui avevamo bisogno?

Tu! Vieni qui, ma da quanto tempo! Fatti vedere da vicino. Come stai? Mangi? E il fidanzatino?

Primo, primissimo piano, gli occhi della zia piantati sulla tua faccia. Soffocante, soffochi tu e lo spettatore di Shiva baby: settantasette minuti e una risata asmatica (d'ansia) lunga tutto l'esordio gioiello di Seligman.



Cos'è Shiva Baby? È la vita di una qualsiasi ventenne, persa nella densa società tanto quant'è denso l'appartamento che ci costringe all'interno dell'intera pellicola. Non sa cosa fare, né dove muoversi: naviga come la macchina da presa in certi momenti, distraendosi tra una chiacchiera vuota e l'altra, per poi tornare ad asfissiarci come i parenti che altro non sono se non la pressione sociale.


La stessa pressione sociale che però ci fa schizzare, alla fine, fuori dalle righe. Perché non siamo più la stessa generazione dei nostri genitori: come direbbe qualche sociologo, siamo liquidi. Quindi più nessuna struttura ci può tenere.


Così la protagonista incontra il suo Sugar Daddy e la sua ex ragazza

un funerale ebraico, mentre le chiedono dei nuovi colloqui, dei voti, del college. Tenta di sfuggire alle domande scomode senza successo, sottoposta agli sguardi della bolla "amici di famiglia"; bolla che è pronta a implodere più che esplodere.


77 minuti di repressione che fa uscire fuori qualche risata ma, mentre ridiamo, rimaniamo col nodo alla gola.

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